Iole Mucciconi
Ci capita di dover rispondere a domande difficili, a noi elettori. Una di queste è certamente quella che ci aspetta il 21 giugno, giorno in cui si vota per il referendum sulle leggi per l’elezione dei deputati e dei senatori. Già il meccanismo del referendum non è esattamente immediato: “Come, bisogna votare NO se la legge ci va bene e votare SI se non ci va bene?!?”. Cerchiamo di capire un po’ come funziona.
In Italia il compito di fare le leggi dello Stato è del Parlamento, che agisce in rappresentanza di tutto il popolo: è al popolo, infatti, che appartiene la “sovranità” (art. 1 della Costituzione). Da ciò deriva il potere del popolo di intervenire, abrogandola (cioè cancellandola), su qualche legge che il Parlamento avesse approvato, ma che non si ritenesse in favore dell’interesse generale. Ecco quindi che la Costituzione consente, ad almeno 500.000 cittadini, di chiedere un referendum abrogativo su una legge vigente. La domanda che ci si trova sulla scheda elettorale è: “Volete voi che sia abrogata la legge…?”: da qui nasce il meccanismo rovesciato: la risposta “SI” se la legge non ci va bene; “NO” se pensiamo che invece debba rimanere così com’è. La faccenda è ulteriormente complicata dal fatto che la domanda di abrogazione può essere anche parziale, riguardare cioè solo alcune parti di una legge. Ciò ha dato vita, nel tempo, ad un tipo di referendum che operando un chirurgico taglia-e-cuci di parole, come risultato finale dà una nuova disciplina, magari opposta a quello di partenza. Immaginiamo l’effetto di togliere un “non” da una frase negativa: la si rende positiva.
E come sarà il prossimo referendum? Riguarda, come si è detto, le leggi elettorali per il Parlamento, e risparmiamo a Città Nuova l’uso del poco elegante appellativo con cui esse sono state denominate (peraltro, dallo stesso Ministro che ne fu l’autore), soprattutto a causa delle liste bloccate (cioè senza possibilità per l’elettore di esprimere la preferenza), che hanno dato vita ad un parlamento scelto da una decina di presidenti e segretari di partito. L’iniziativa referendaria, quindi, ha avuto una notevole risonanza perché apparve come “il grimaldello” per costringere il Parlamento a riformare le regole e renderle più democratiche. Ma la legge elettorale non può essere abrogata interamente: il quesito referendario deve necessariamente essere parziale. La Corte costituzionale, infatti, ritiene possibili questi referendum solo a patto che essi non creino nessun vuoto: il quesito referendario deve essere tale che anche la vittoria dei SI deve lasciare in piedi una legge immediatamente applicabile, per garantire sempre il funzionamento di un organo costituzionale come il Parlamento. Questo vale per i quesiti che ci riguardano. Vediamoli; sono tre, che si tradurranno in tre diverse schede. I primi due (due pagine fitte fitte), tendono ad attribuire il premio di maggioranza (che alla Camera vuol dire il 55% dei deputati) al partito che prende più voti, eliminando la possibilità di coalizzarsi tra liste; inoltre, le abrogazioni comporterebbero anche una soglia di sbarramento del 4% per la Camera e dell’8% per il Senato (va detto che questi interventi sulla legge sono stati pensati in un momento in cui il Parlamento era affollato di Gruppi, la maggioranza era composta da 12 partiti e il Governo da 102 membri: “semplificare” era una parola d’ordine e la essenzialità dell’attuale Parlamento era inimmaginabile). Il terzo quesito punta ad eliminare la possibilità per i grandi leader di candidarsi in più di una circoscrizione, per impedire che chi segue in lista debba dipendere dalla scelta del primo. Per inciso: nulla il referendum fa, perché non lo può fare, per reintrodurre le preferenze.
Un’altra nota tecnica da aver presente è che il referendum ha bisogno di un quorum, cioè è valido solo “se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto” (così la Costituzione). Lo ricordiamo: gli ultimi referendum è come non si fossero svolti, poiché si è recato a votare meno del 50% degli elettori. C’è da dire che negli anni l’astensione è assurta a scelta politica, che affianca le altre due possibili, voto SI o voto NO.
E in questo caso? Le valutazioni sono ovviamente molto soggettive.Il dibattito che si svolge intorno al SI-NO-astensione, passa soprattutto per l’interpretazione di una vittoria dei SI: per la maggioranza al governo essa consoliderebbe una legge che ha già dato buona prova di sé e che uscirebbe migliorata dai correttivi apportati dal popolo con il referendum; una ulteriore iniziativa legislativa diventerebbe quindi improbabile, tanto più che la nuova versione della legge renderebbe facile al Pdl conquistare la maggioranza tanto alla Camera quanto al Senato. Per altri invece (ad esempio il segretario del PD), la vittoria dei SI sarebbe soprattutto il messaggio al Parlamento che i cittadini rifiutano questa legge e ne chiedono un’altra più democratica. I partiti più piccoli sono in forte allarme, specialmente la Lega Nord, che vede grandemente in pericolo la propria presenza al Governo e quindi, alla fine, la propria esistenza. E si affidano all’astensione (del resto, se non si è d’accordo, la scelta più produttiva è di non andare al seggio: votare NO aiuterebbe i SI a vincere sostenendo il quorum). Anche se pure la “vittoria” dell’astensionismo sarebbe esposta ad interpretazioni partigiane. Insomma, occorre formarsi il proprio convincimento con lo sguardo a ciò che appare meglio per il Paese: in questo momento, con questa classe politica.
ZETA
giovedì 18 giugno 2009
mercoledì 17 giugno 2009
ALLA RICERCA DI UN' IDENTITA SOLIDA E SICURA
Caro Direttore,
Le sarei grato se volesse pubblicare sul suo giornale questo mio contributo al dibattito sulla salvaguardia della propria identità "etnica".
La paura per la perdita del controllo sugli avvenimenti che danno forma alla società contemporanea e influiscono sul nostro destino viene spesso canalizzata verso la presenza degli stranieri fra di noi. Questi sono visti come una minaccia per la nostra sicurezza e perfino per la nostra stessa identità. Non potremo più essere italiani, lombardi, bresciani, ecc.... Diventeremo tutti multietnici. Le persone cosìdette colte tendono a snobbare questi pensieri, considerandoli troppo semplicistici. Eppure il disagio e, diciamolo pure, la paura che esprimono sono reali e vanno affrontati nei dovuti modi.
Qui a Brescia per esempio occorre mettere in atto una politica culturale che irrobustisca il senso di appartenenza alla nostra città, una politica che ci faccia sentire comunità unita e viva, che dia senso e valore a quella parte di identità che ognuno di noi assume dagli usi e costumi del territorio in cui vive.
Solo chi ha un identità forte non si sente minacciato dalla diversità, ma la accoglie in sè come ulteriore arricchimento. Ma come si acquisisce una forte identità? Qui sta il punto. Perchè si potrebbe essere tentati di marcare la propria identità unicamente per esclusione, o per contrapposizione, cercandosi magari degli avversari, o per ritorno alle radici ataviche, come ha cercato di fare il nazismo riallacciandosi ai miti germanici pre-cristiani.
Una reale e forte identità umana si costruisce invece per imitazione e si nutre di spiritualità e di storia, anche della storia della propria città ,e cerca in questa quelle figure emblematiche di grandi artisti, uomini di stato e di chiesa, eroi e santi che l'hanno resa nobile e bella. Di queste figure Brescia non manca. Spetta alla politica culturale della nostra amministrazione farle conoscere e metterle in evidenza con iniziative adatte. Sarà proprio guardando a queste figure che acquisteremo quel sano orgoglio civico che ci farà sentire fieri di essere bresciani. Se questa brescianità ricuperata diventerà la nostra vera identità, il bisogno di proteggersi diminuirà e crescerà il bisogno di affratellarci alle altre città del mondo, perchè ci sentiremo forti, ricchi di doni da elargire e aperti per riceverne. E alla fine ci accorgeremo che l'identità che ci fa uomini veri, oltre che bresciani, si costruisce coi ponti e non coi muri.
Giorgio Zecchini
Le sarei grato se volesse pubblicare sul suo giornale questo mio contributo al dibattito sulla salvaguardia della propria identità "etnica".
La paura per la perdita del controllo sugli avvenimenti che danno forma alla società contemporanea e influiscono sul nostro destino viene spesso canalizzata verso la presenza degli stranieri fra di noi. Questi sono visti come una minaccia per la nostra sicurezza e perfino per la nostra stessa identità. Non potremo più essere italiani, lombardi, bresciani, ecc.... Diventeremo tutti multietnici. Le persone cosìdette colte tendono a snobbare questi pensieri, considerandoli troppo semplicistici. Eppure il disagio e, diciamolo pure, la paura che esprimono sono reali e vanno affrontati nei dovuti modi.
Qui a Brescia per esempio occorre mettere in atto una politica culturale che irrobustisca il senso di appartenenza alla nostra città, una politica che ci faccia sentire comunità unita e viva, che dia senso e valore a quella parte di identità che ognuno di noi assume dagli usi e costumi del territorio in cui vive.
Solo chi ha un identità forte non si sente minacciato dalla diversità, ma la accoglie in sè come ulteriore arricchimento. Ma come si acquisisce una forte identità? Qui sta il punto. Perchè si potrebbe essere tentati di marcare la propria identità unicamente per esclusione, o per contrapposizione, cercandosi magari degli avversari, o per ritorno alle radici ataviche, come ha cercato di fare il nazismo riallacciandosi ai miti germanici pre-cristiani.
Una reale e forte identità umana si costruisce invece per imitazione e si nutre di spiritualità e di storia, anche della storia della propria città ,e cerca in questa quelle figure emblematiche di grandi artisti, uomini di stato e di chiesa, eroi e santi che l'hanno resa nobile e bella. Di queste figure Brescia non manca. Spetta alla politica culturale della nostra amministrazione farle conoscere e metterle in evidenza con iniziative adatte. Sarà proprio guardando a queste figure che acquisteremo quel sano orgoglio civico che ci farà sentire fieri di essere bresciani. Se questa brescianità ricuperata diventerà la nostra vera identità, il bisogno di proteggersi diminuirà e crescerà il bisogno di affratellarci alle altre città del mondo, perchè ci sentiremo forti, ricchi di doni da elargire e aperti per riceverne. E alla fine ci accorgeremo che l'identità che ci fa uomini veri, oltre che bresciani, si costruisce coi ponti e non coi muri.
Giorgio Zecchini
martedì 19 maggio 2009
Documento della curia diocesana Brescia
Prot.51.09
COMUNICATO STAMPA
Oggetto: Documento dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro della Curia diocesana in prossimità delle elezioni del 6 - 7 giugno 2009.
Avvicinandosi la scadenza elettorale delle prossime settimane trasmetto una riflessione maturata all’interno dell’ufficio diocesano della pastorale sociale e del lavoro e dell’apposita commissione diocesana diretta da don Mario Benedini.
“La passione per il bene comune della città, questo era il titolo del documento diocesano di un anno fa in vista delle elezioni amministrative. La passione per la città dell’uomo resta il cuore dell’impegno cristiano, per la fraternità nella politica.
Il cristiano, come ha ben precisato Papa Benedetto XVI nella enciclica Spe salvi, non tende ad impossessarsi del tempo e del futuro, ma attende il futuro da Dio che gli viene incontro. La speranza è fiducia senza riserve perché è affidamento a Cristo che ha dato prova di un amore che non tradisce.
Ci pare giusto sottolineare, anche in occasione delle prossime elezioni, i requisiti di interiorità e operosità, da coltivare per partecipare con responsabilità. È necessario infatti far fiorire spazi sapienziali, reti di relazioni d’amore, in cui parole e vita, cuore e ragione, non siano più divaricati.
L’impegno civile dei cristiani trova un’inesauribile fonte di ispirazione nel Vangelo, nel magistero e nella storia della carità. Si esprime con un insieme di testimonianze personali, quasi sempre nascoste, e con una moltitudine di opere sociali, caritative, assistenziali, sanitarie ed educative.
Vanno proposti laboratori per una rinnovata passione sociale attraverso:
· La formazione di una matura coscienza, capace di affinata analisi interiore, e di discernere gli aspetti della nuova condizione umana, oscillante tra locale e globale. Votare un programma di partito non basta. Chi accetta una candidatura deve e essere credibile come persona. Per questo occorre verificarne la competenza, il suo radicamento al territorio, la sua capacità di essere rappresentativo, la sua capacità di fare politica, la sua apertura al dialogo e all’ascolto, la coerenza della biografia politica, la sensibilità sociale, la prudenza e il suo coraggio.
· La crescita del senso comunitario nella realtà civile ed ecclesiale, per ritessere i legami perduti nella società. Il valore e la dignità di ogni persona umana, i principi della solidarietà, del bene comune, della sussidiarietà, della destinazione universale dei beni e della partecipazione democratica sono i cardini della Dottrina Sociale Cristiana, alla quale ci ispiriamo ( vedi Compendio della Dotttrina Sociale della Chiesa, capitolo 4). I programmi amministrativi vanno letti alla luce di questi principi. Occorre dunque approfondire i programmi e verificare se i problemi trovano risposte ragionevoli nelle proposte dei candidati, soprattutto sulle politiche familiari, dell’ambiente e delle povertà. Quali sono i temi locali che più emergono? Che rapporto hanno con il bene comune? Si ricordi che come credenti “partiamo sempre dagli ultimi”, è questo il punto di vista che ci deve ispirare: stare vicino ai fragili.
· Vale ricordare altresì le politiche del lavoro, della sicurezza del lavoro, che in particolare in tempo di crisi devono essere equitarie, solidali, e rispettose della famiglia e della persona. Una riflessione locale attenta e documentata non dovrebbe mai mancare.
· Occorre sviluppare nuovi orizzonti culturali, un nuovo umanesimo. I programmi vanno compresi anche sul piano culturale. Quale cultura trasmettono? C’è spazio per la conoscenza, il dialogo, l’apertura verso la realtà e le persone? Vi emerge la fraternità universale del Vangelo?
· Anche le elezioni sono un’occasione per migliorare e rendere più convinte la pratica e l’educazione alle virtù civiche. Le nostre parrocchie, gli oratori, vivono talora le elezioni in modo imbarazzato. Ogni territorio reagisce in modo diverso, ma è positivo cogliere l’imminenza di una votazione per favorire nelle nostre comunità un esercizio ragionato di democrazia, invitandole a cogliere le questioni essenziali. In gioco vi è l’interesse di tutti.
Siamo chiamati ad essere connettori di mondi vitali, suscitatori di relazioni vere tra le persone, generatori di cammini di condivisione in comunità fraterne e solidali. Dobbiamo anche saper proporre categorie culturali rinnovate per ridestarci dal torpore paralizzante.
Per essere sale, lievito e lanterna della civiltà dell’amore, espressione di una antropologia comunitaria poniamo come cardini:
una cultura dell’ascolto nutrito di virtù umane e spirituali,
una cultura del dono, del dare, della gratuità,
una cultura del dialogo attivo,
una cultura della fraternità come categoria politica, sociale ed economica, dell’ambiente.
E’ una sfida epocale che va affrontata insieme,con un sovrappiù di anima, se vogliamo guardare al futuro come testimoni di fiducia e di speranza, minoranze attive e vitali che si impegnano ad…esserci per e con gli altri”.
Ringraziando per l’attenzione, si porgono distinti saluti.
Don Adriano Bianchi
Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali
Brescia, 7 maggio 2009
COMUNICATO STAMPA
Oggetto: Documento dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro della Curia diocesana in prossimità delle elezioni del 6 - 7 giugno 2009.
Avvicinandosi la scadenza elettorale delle prossime settimane trasmetto una riflessione maturata all’interno dell’ufficio diocesano della pastorale sociale e del lavoro e dell’apposita commissione diocesana diretta da don Mario Benedini.
“La passione per il bene comune della città, questo era il titolo del documento diocesano di un anno fa in vista delle elezioni amministrative. La passione per la città dell’uomo resta il cuore dell’impegno cristiano, per la fraternità nella politica.
Il cristiano, come ha ben precisato Papa Benedetto XVI nella enciclica Spe salvi, non tende ad impossessarsi del tempo e del futuro, ma attende il futuro da Dio che gli viene incontro. La speranza è fiducia senza riserve perché è affidamento a Cristo che ha dato prova di un amore che non tradisce.
Ci pare giusto sottolineare, anche in occasione delle prossime elezioni, i requisiti di interiorità e operosità, da coltivare per partecipare con responsabilità. È necessario infatti far fiorire spazi sapienziali, reti di relazioni d’amore, in cui parole e vita, cuore e ragione, non siano più divaricati.
L’impegno civile dei cristiani trova un’inesauribile fonte di ispirazione nel Vangelo, nel magistero e nella storia della carità. Si esprime con un insieme di testimonianze personali, quasi sempre nascoste, e con una moltitudine di opere sociali, caritative, assistenziali, sanitarie ed educative.
Vanno proposti laboratori per una rinnovata passione sociale attraverso:
· La formazione di una matura coscienza, capace di affinata analisi interiore, e di discernere gli aspetti della nuova condizione umana, oscillante tra locale e globale. Votare un programma di partito non basta. Chi accetta una candidatura deve e essere credibile come persona. Per questo occorre verificarne la competenza, il suo radicamento al territorio, la sua capacità di essere rappresentativo, la sua capacità di fare politica, la sua apertura al dialogo e all’ascolto, la coerenza della biografia politica, la sensibilità sociale, la prudenza e il suo coraggio.
· La crescita del senso comunitario nella realtà civile ed ecclesiale, per ritessere i legami perduti nella società. Il valore e la dignità di ogni persona umana, i principi della solidarietà, del bene comune, della sussidiarietà, della destinazione universale dei beni e della partecipazione democratica sono i cardini della Dottrina Sociale Cristiana, alla quale ci ispiriamo ( vedi Compendio della Dotttrina Sociale della Chiesa, capitolo 4). I programmi amministrativi vanno letti alla luce di questi principi. Occorre dunque approfondire i programmi e verificare se i problemi trovano risposte ragionevoli nelle proposte dei candidati, soprattutto sulle politiche familiari, dell’ambiente e delle povertà. Quali sono i temi locali che più emergono? Che rapporto hanno con il bene comune? Si ricordi che come credenti “partiamo sempre dagli ultimi”, è questo il punto di vista che ci deve ispirare: stare vicino ai fragili.
· Vale ricordare altresì le politiche del lavoro, della sicurezza del lavoro, che in particolare in tempo di crisi devono essere equitarie, solidali, e rispettose della famiglia e della persona. Una riflessione locale attenta e documentata non dovrebbe mai mancare.
· Occorre sviluppare nuovi orizzonti culturali, un nuovo umanesimo. I programmi vanno compresi anche sul piano culturale. Quale cultura trasmettono? C’è spazio per la conoscenza, il dialogo, l’apertura verso la realtà e le persone? Vi emerge la fraternità universale del Vangelo?
· Anche le elezioni sono un’occasione per migliorare e rendere più convinte la pratica e l’educazione alle virtù civiche. Le nostre parrocchie, gli oratori, vivono talora le elezioni in modo imbarazzato. Ogni territorio reagisce in modo diverso, ma è positivo cogliere l’imminenza di una votazione per favorire nelle nostre comunità un esercizio ragionato di democrazia, invitandole a cogliere le questioni essenziali. In gioco vi è l’interesse di tutti.
Siamo chiamati ad essere connettori di mondi vitali, suscitatori di relazioni vere tra le persone, generatori di cammini di condivisione in comunità fraterne e solidali. Dobbiamo anche saper proporre categorie culturali rinnovate per ridestarci dal torpore paralizzante.
Per essere sale, lievito e lanterna della civiltà dell’amore, espressione di una antropologia comunitaria poniamo come cardini:
una cultura dell’ascolto nutrito di virtù umane e spirituali,
una cultura del dono, del dare, della gratuità,
una cultura del dialogo attivo,
una cultura della fraternità come categoria politica, sociale ed economica, dell’ambiente.
E’ una sfida epocale che va affrontata insieme,con un sovrappiù di anima, se vogliamo guardare al futuro come testimoni di fiducia e di speranza, minoranze attive e vitali che si impegnano ad…esserci per e con gli altri”.
Ringraziando per l’attenzione, si porgono distinti saluti.
Don Adriano Bianchi
Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali
Brescia, 7 maggio 2009
venerdì 15 maggio 2009
Un documento che fa riflettere
Movimento politico per l’unità
(Movimento dei Focolari)
Verso la campagna elettorale
Proposte per una politica di fraternità
Milano - 24 aprile 2009
Carta degli impegnati
Nei prossimi mesi vivremo nuovamente quel periodo di dibattito e confronto elettorale che può essere l’occasione per vivere uno dei momenti più significativi della democrazia.
Gli effetti sociali della crisi globale e la tragedia del terremoto in Abruzzo hanno fatto emergere l’anima profonda del Paese che chiede alla politica di riconquistare il proprio primato che supera le tradizionali forme pratiche e sfocia nell’impegno comune a servizio di ogni uomo.
Convinti che una società rinnovata può e deve rinnovare anche la politica, crediamo sia necessario puntare oggi, prima di tutto da cittadini, all’impegno concreto nel quadro della città: è a partire dalle città infatti, luoghi privilegiati delle relazioni, che può scaturire una politica nuova per la Nazione, l’Europa e per il mondo intero.
Per questo invitiamo tutti coloro che si impegneranno nella campagna elettorale, ed in particolare i candidati, ad impegnarsi per:
1. riconoscere che tutti i candidati hanno compiuto la propria scelta come risposta ad una domanda, ad un bisogno, per la costruzione del bene comune;
2. ricercare occasioni di confronto chiaro e costruttivo con tutti i candidati manifestando, a ciascuno, lo stesso rispetto con cui ci si rivolge agli elettori;
3. chiedere il consenso agli elettori puntando sulla capacità di realizzare il programma elettorale e non su promesse di favori personali o di gruppo;
4. utilizzare i mezzi di comunicazione unicamente per informare gli elettori e non per alimentare divisioni e sviluppare nuovi canali di ascolto dei bisogni della gente;
5. ricercare, nel caso di elezione, nella definizione delle scelte, il più ampio coinvolgimento, poiché il bene comune è il bene di tutti;
6. favorire e promuovere una sempre più diffusa cittadinanza attiva, anche al di là della campagna elettorale.
Chiediamo l’adesione alla carta degli impegnati anche agli organi di informazione, il cui ruolo è determinante per favorire il dialogo e la comunicazione fra le parti, evitando così di alimentare lo scontro.
(Movimento dei Focolari)
Verso la campagna elettorale
Proposte per una politica di fraternità
Milano - 24 aprile 2009
Carta degli impegnati
Nei prossimi mesi vivremo nuovamente quel periodo di dibattito e confronto elettorale che può essere l’occasione per vivere uno dei momenti più significativi della democrazia.
Gli effetti sociali della crisi globale e la tragedia del terremoto in Abruzzo hanno fatto emergere l’anima profonda del Paese che chiede alla politica di riconquistare il proprio primato che supera le tradizionali forme pratiche e sfocia nell’impegno comune a servizio di ogni uomo.
Convinti che una società rinnovata può e deve rinnovare anche la politica, crediamo sia necessario puntare oggi, prima di tutto da cittadini, all’impegno concreto nel quadro della città: è a partire dalle città infatti, luoghi privilegiati delle relazioni, che può scaturire una politica nuova per la Nazione, l’Europa e per il mondo intero.
Per questo invitiamo tutti coloro che si impegneranno nella campagna elettorale, ed in particolare i candidati, ad impegnarsi per:
1. riconoscere che tutti i candidati hanno compiuto la propria scelta come risposta ad una domanda, ad un bisogno, per la costruzione del bene comune;
2. ricercare occasioni di confronto chiaro e costruttivo con tutti i candidati manifestando, a ciascuno, lo stesso rispetto con cui ci si rivolge agli elettori;
3. chiedere il consenso agli elettori puntando sulla capacità di realizzare il programma elettorale e non su promesse di favori personali o di gruppo;
4. utilizzare i mezzi di comunicazione unicamente per informare gli elettori e non per alimentare divisioni e sviluppare nuovi canali di ascolto dei bisogni della gente;
5. ricercare, nel caso di elezione, nella definizione delle scelte, il più ampio coinvolgimento, poiché il bene comune è il bene di tutti;
6. favorire e promuovere una sempre più diffusa cittadinanza attiva, anche al di là della campagna elettorale.
Chiediamo l’adesione alla carta degli impegnati anche agli organi di informazione, il cui ruolo è determinante per favorire il dialogo e la comunicazione fra le parti, evitando così di alimentare lo scontro.
giovedì 30 aprile 2009
Questione morale. Diamo nuove regole alla politica?
Siamo arrivati ad una nuova tornata elettorale ma di regole nuove e controlli efficaci sui candidati non c’è niente di nuovo ancora il solito “porcellum”
Che ne dite di proporre ai nostri vertici alcune indicazioni provocatorie , ma per me utili:
- Non autocandidarsi.
- Si accetta la candidatura solo se si ha un vero lavoro.
- Non vanno superati i mandati stabiliti (tre legislature, due elezioni locali).
- Non ci si improvvisa costruttori del bene comune; opportuno un percorso di preparazione in organismi impegnati nel sociale, nella cooperazione.
- Per i giovani attratti dalla politica, la possibilità di essere eletti passa dallo stare nella società, non solo dentro il partito.
Se ne desume che va ripristinato uno stretto legame tra società e politica, tra territorio e candidati, tra eletto ed elettore. Un legame fatto di accompagnamento, sostegno, proposte e controllo.
Consapevoli che ogni mansione che svolgiamo nel Paese - insegnante, operaio o mamma - ha rilevanza politica. Per questo un politico eletto, terminato il mandato e tornato al proprio lavoro (non a posti di sottogoverno), può offrire, ricco della propria esperienza, un contributo qualificato per la comunità.
Gente così circola per le nostre città?
Senza regole vincolanti anche il 2009 non porterà niente di nuovo.
Che ne dite di proporre ai nostri vertici alcune indicazioni provocatorie , ma per me utili:
- Non autocandidarsi.
- Si accetta la candidatura solo se si ha un vero lavoro.
- Non vanno superati i mandati stabiliti (tre legislature, due elezioni locali).
- Non ci si improvvisa costruttori del bene comune; opportuno un percorso di preparazione in organismi impegnati nel sociale, nella cooperazione.
- Per i giovani attratti dalla politica, la possibilità di essere eletti passa dallo stare nella società, non solo dentro il partito.
Se ne desume che va ripristinato uno stretto legame tra società e politica, tra territorio e candidati, tra eletto ed elettore. Un legame fatto di accompagnamento, sostegno, proposte e controllo.
Consapevoli che ogni mansione che svolgiamo nel Paese - insegnante, operaio o mamma - ha rilevanza politica. Per questo un politico eletto, terminato il mandato e tornato al proprio lavoro (non a posti di sottogoverno), può offrire, ricco della propria esperienza, un contributo qualificato per la comunità.
Gente così circola per le nostre città?
Senza regole vincolanti anche il 2009 non porterà niente di nuovo.
martedì 31 marzo 2009
Il leader Carismatico




Il leader carismatico che cattura l'attenzione, si offre a rassicurante garanzia per il presente e l'immediato futuro. Sembra che scenda dal cielo, non che sorga dalla palude politica. L'appeal della sua figura è tale che eventuali ombre etiche non hanno peso.
Il "sarkozysmo", il "putinismo", lo "zapaterismo", il "berlusconismo" e via dicendo, sono fenomeni che sembrano dare una certa stabilità al sistema sociale e politico. Invece il prezzo è alto, come vediamo in Italia: l'avvilimento del dialogo politico ridotto a battibecco, la povertà di valori sociali, la spinta all'individualismo invece che alla solidarietà.
A questo punto che fare?
In questi momenti bisogna restare fedeli ai valori, agli ideali,continuare a vivere la cittadinanza come partecipazione. E' l'unico modo per lasciare al futuro fondamenta solide. Perché prima o poi i leader carismatici spariscono come la storia ci ha dimostrato. E allora il vero personaggio forte della storia sarà un popolo che vive l'impegno civile come servizio, sono gli uomini di buona volontà che cercano l'unità e si giocano tutto per costruirla.
sabato 21 febbraio 2009
“Alzati e Cammina”
Per i cattolici un imperativo : Ricostruire la passione civile
Qualche giorno fa l’aula del senato accoglieva 250 studenti italiani per ricordare il 60mo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Questi si impegneranno, come recita la risoluzione approvata all'unanimita' dall'assemblea ''a compiere ogni sforzo possibile per la conoscenza e l'attuazione dei principi della Dichiarazione universale dei Diritti umani, facendosene attivi e convinti artefici della loro diffusione e realizzazione''. Tra i vari relatori e firmatari della risoluzione c’era anche il nostro Sindaco/senatore Sandro Mazzatorta.
Per rinfrescarmi le idee sono andato a rileggermi questa dichiarazione, ho notato che mi ricordavo abbastanza bene tutti gli articoli,come penso tuttivoi, ma una cosa mi ha colpito, che altre volte forse non avevo letto, è il Preambolo a questa dichiarazione, ne riporto qui due considerazioni:
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;
Letto e considerato tutto questo , mi è sorta una domanda: ma noi a Chiari e in Italia come stiamo?
Ho visto che dai fatti accaduti in questo anno e negli anni passati c’era qualcosa che non quadrava con quanto sostenuto nella dichiarazione dei diritti umani. Quindi, diciamo cosi, a livello laico non ci siamo, quindi corriamo il rischio di ricadere “in atti di barbarie che offendono la coscienza…”.
Una curiosità: ma la Chiesa cosa dice?
-Card. Crescenzio Pepe: “ Noi cattolici dobbiamo essere in grado di ricostruire un tessuto di “passione civile”….e pronti a riempire un vuoto che rischia di aggiungere ai guasti del degrado una cappa di pessimismo senza ritorno.” “Visto che la politica non sembra in grado di farlo… Dobbiamo guidare una possibile riscossa contro un generico giustizialismo, partendo dall’affermazione dell’insegnamento evangelico per ricostruire un tessuto civile a partire dalla coscienza religiosa.”
-CEI “ la fede deve essere nettamente coerente con la vita, vanno corrette alcune distorsioni, insinuatesi nei nostri stili di vita”
-Mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza dice: “l’illegalità, la strumentalizzazione delle leggi e il clientelismo rappresentano un ostacolo alla forza dell’eucarestia e la malavita è l’antivangelo, esiste per opprimere i poveri per affermare il proprio potere, è una patologia che uccide”
-Mons. Domenico Mogavero, di Mazzara del Vallo dice delle nuove norme del governo su sicurezza e immigrazione: “un obbrobrio di inciviltà. Quello che serve è una logica di accoglienza che favorisca l’integrazione”
- In riferimento ai roghi nei campi rom, il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, è stato perentorio: «Occorre neutralizzare gli estremismi, che non possono dettare legge a nessuno e non vanno considerati come la realtà totale di un popolo. E occorre, in positivo, creare condizioni di accoglienza per tutti quelli che rispettano le regole della convivenza e si impegnano per una reale integrazione».
-«Il giro di vite sugli immigrati non può che preoccupare chi è impegnato sul fronte della solidarietà - commenta mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana –. L’immigrazione clandestina è un problema che non può essere ignorato, ma non si risolve solo con interventi polizieschi. Sono anni che vivo queste tematiche e ogni volta che all’immigrato si è offerta una possibilità d’integrazione, lavoro, casa, scuola, i problemi sono stati sempre risolti e ne abbiamo tratto vantaggi tutti».
A questo punto noi cattolici clarensi dovremmo cominciare a porci e a porre a chi ci amministra qualche interrogativo:
-a che punto è a Chiari la realizzazione dei principi dei diritti dell’uomo?
-sono ascoltate e messe in pratica le sollecitazione che ci vengono dalla Chiesa?
Io sinceramente penso che ci siamo un po’ assopiti, forse è giunto il momento di rialzarci e metterci di nuovo in cammino; penso che non dobbiamo stare a vedere da che parte stiamo, se in un partito di centro, di sinistra, di destra, se facciamo parte di un sindacato, o siamo iscritti alle acli, o ad una qualsiasi associazione, se siamo anziani o siamo giovani.
Dobbiamo ritornare a preoccuparci di chi ci sta a fianco, “ad amare il nostro prossimo come noi stessi”” che tutti siano uno come io e il padre mio siamo un'unica cosa”, di ascoltare quanto ci dice san Paolo: “ ….. non c’è più giudeo od ebreo, ne schiavo ne uomo libero” cioè che davanti agli occhi di Dio siamo tutti fratelli.
Dobbiamo far capire a chi si erge come difensore della cristianità, che la cristianità non è una cosa e non ha nemmeno confine, ma è uno stile di vita che coinvolge anche scelte difficili ma sempre proiettate verso la pace e la fraternità.
Come si legge in un antico scritto chiamato lettera a Diogneto: “… i cristiani non sono di questo mondo…. ma devono essere l’anima di questo mondo”.
Ecco, questo è il compito che la chiesa oggi, con più forza, ci chiama a riscoprire ed a rivestire all’interno della società per ricostruire “la passione civile”.
Come diceva Giovanni Paolo II: “Coraggio…. Non abbiate paura”
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Qualche giorno fa l’aula del senato accoglieva 250 studenti italiani per ricordare il 60mo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Questi si impegneranno, come recita la risoluzione approvata all'unanimita' dall'assemblea ''a compiere ogni sforzo possibile per la conoscenza e l'attuazione dei principi della Dichiarazione universale dei Diritti umani, facendosene attivi e convinti artefici della loro diffusione e realizzazione''. Tra i vari relatori e firmatari della risoluzione c’era anche il nostro Sindaco/senatore Sandro Mazzatorta.
Per rinfrescarmi le idee sono andato a rileggermi questa dichiarazione, ho notato che mi ricordavo abbastanza bene tutti gli articoli,come penso tuttivoi, ma una cosa mi ha colpito, che altre volte forse non avevo letto, è il Preambolo a questa dichiarazione, ne riporto qui due considerazioni:
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;
Letto e considerato tutto questo , mi è sorta una domanda: ma noi a Chiari e in Italia come stiamo?
Ho visto che dai fatti accaduti in questo anno e negli anni passati c’era qualcosa che non quadrava con quanto sostenuto nella dichiarazione dei diritti umani. Quindi, diciamo cosi, a livello laico non ci siamo, quindi corriamo il rischio di ricadere “in atti di barbarie che offendono la coscienza…”.
Una curiosità: ma la Chiesa cosa dice?
-Card. Crescenzio Pepe: “ Noi cattolici dobbiamo essere in grado di ricostruire un tessuto di “passione civile”….e pronti a riempire un vuoto che rischia di aggiungere ai guasti del degrado una cappa di pessimismo senza ritorno.” “Visto che la politica non sembra in grado di farlo… Dobbiamo guidare una possibile riscossa contro un generico giustizialismo, partendo dall’affermazione dell’insegnamento evangelico per ricostruire un tessuto civile a partire dalla coscienza religiosa.”
-CEI “ la fede deve essere nettamente coerente con la vita, vanno corrette alcune distorsioni, insinuatesi nei nostri stili di vita”
-Mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza dice: “l’illegalità, la strumentalizzazione delle leggi e il clientelismo rappresentano un ostacolo alla forza dell’eucarestia e la malavita è l’antivangelo, esiste per opprimere i poveri per affermare il proprio potere, è una patologia che uccide”
-Mons. Domenico Mogavero, di Mazzara del Vallo dice delle nuove norme del governo su sicurezza e immigrazione: “un obbrobrio di inciviltà. Quello che serve è una logica di accoglienza che favorisca l’integrazione”
- In riferimento ai roghi nei campi rom, il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, è stato perentorio: «Occorre neutralizzare gli estremismi, che non possono dettare legge a nessuno e non vanno considerati come la realtà totale di un popolo. E occorre, in positivo, creare condizioni di accoglienza per tutti quelli che rispettano le regole della convivenza e si impegnano per una reale integrazione».
-«Il giro di vite sugli immigrati non può che preoccupare chi è impegnato sul fronte della solidarietà - commenta mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana –. L’immigrazione clandestina è un problema che non può essere ignorato, ma non si risolve solo con interventi polizieschi. Sono anni che vivo queste tematiche e ogni volta che all’immigrato si è offerta una possibilità d’integrazione, lavoro, casa, scuola, i problemi sono stati sempre risolti e ne abbiamo tratto vantaggi tutti».
A questo punto noi cattolici clarensi dovremmo cominciare a porci e a porre a chi ci amministra qualche interrogativo:
-a che punto è a Chiari la realizzazione dei principi dei diritti dell’uomo?
-sono ascoltate e messe in pratica le sollecitazione che ci vengono dalla Chiesa?
Io sinceramente penso che ci siamo un po’ assopiti, forse è giunto il momento di rialzarci e metterci di nuovo in cammino; penso che non dobbiamo stare a vedere da che parte stiamo, se in un partito di centro, di sinistra, di destra, se facciamo parte di un sindacato, o siamo iscritti alle acli, o ad una qualsiasi associazione, se siamo anziani o siamo giovani.
Dobbiamo ritornare a preoccuparci di chi ci sta a fianco, “ad amare il nostro prossimo come noi stessi”” che tutti siano uno come io e il padre mio siamo un'unica cosa”, di ascoltare quanto ci dice san Paolo: “ ….. non c’è più giudeo od ebreo, ne schiavo ne uomo libero” cioè che davanti agli occhi di Dio siamo tutti fratelli.
Dobbiamo far capire a chi si erge come difensore della cristianità, che la cristianità non è una cosa e non ha nemmeno confine, ma è uno stile di vita che coinvolge anche scelte difficili ma sempre proiettate verso la pace e la fraternità.
Come si legge in un antico scritto chiamato lettera a Diogneto: “… i cristiani non sono di questo mondo…. ma devono essere l’anima di questo mondo”.
Ecco, questo è il compito che la chiesa oggi, con più forza, ci chiama a riscoprire ed a rivestire all’interno della società per ricostruire “la passione civile”.
Come diceva Giovanni Paolo II: “Coraggio…. Non abbiate paura”
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